Sono da sempre convinta che molte delle sfide che @@MingoTheApe ci propone vengano intese in modo improprio o sottostimate e questo, perdonatemi, mi pare uno di quei casi…
Va ovviamente benissimo che nelle nostre case ci adoperiamo in modi diversi per risparmiare e riciclare acqua e ottimizzarne l’utilizzo, ma personalmente non voglio limitarmi a pubblicare una foto del secchio con acque da lavaggio verdure da cui prelevo con una vecchia bottiglia di plastica stra-riciclata l’acqua da versare nelle fioriere sul marciapiede condominiale.
Ho come l’impressione che questa volta siamo stati invitati a “lanciare il cuore oltre l’ostacolo” e andare oltre… Ed ecco quindi una riflessione che nasce da una storia vera.
Mia mamma ha vissuto TUTTA la seconda guerra mondiale, dalla nascita alla sua (difficile) infanzia. Ebbene, non solo per tutti quegli anni, ma sino almeno a fine anni ’50 e forse anzi anche nei primi ’60, nessuno in paese (un borgo rurale nell’entroterra sardo) aveva a disposizione acqua corrente in casa… Esistevano solo i ruscelli (all’epoca non ancora tombati, poi purtroppo arrivò anche là l'incosciente furia cementificatrice e distruttrice di fine anni ’60, che sciagura!) presso cui lavare i panni, e diverse sorgenti naturali con fontane da cui approvigionarsi di acqua potabile (alcune esistono tuttora, ma non più potabili, mi sa 😢).
E chi, secondo voi, aveva il compito di andare alla fonte a prendere l’acqua? Ovviamente le donne, esclusivamente le donne, e anzi purtroppo molte bambine…
La situazione sociale e ambientale non era certamente paragonabile a quella del continente africano di cui abbiamo visto qualche dettaglio nei video della sfida, nel senso che almeno sino alla terza elementare i nati negli anni ’30 e ’40 riuscivano ad andare a scuola e non era necessario camminare ore per raggiungere le fontane, molte in centro paese o al più a un paio di km dal centro abitato. Ma non v’è dubbio che per decenni, in gran parte del territorio italiano, il sesso femminile anche non adulto abbia dovuto farsi carico esclusivo di notevoli oneri legati non solo all'accudimento dei figli e alle faccende domestiche, ma anche di lavori pesanti, incluse attività agricole (quelle sì a distanza di km dal paese… e ben pochi potevano permettersi di andarci a dorso di mulo), non solo inerenti al rifornimento dell'acqua. Teniamo presente che non esistevano proprio le moderne taniche leggere in plastica, bensì alla fonte si andava con pesanti brocche in terracotta… Immaginatevi quindi la fatica da sostenere!
Ebbene, cosa successe poi? La guerra finalmente dopo anni finí, ci fu un’intera Italia da ricostruire sulle macerie dei bombardamenti e della povertà e perlomeno in Sardegna ciò fu possibile, purtroppo, solo grazie al piano Marshall (dico purtroppo perché è dagli accordi correlati che nacque la schiavitù dell’occupazione militare dell’isola, ma questo è un’altro discorso).
Poi scoppiò il boom economico, gli anni ’60 portarono il loro “maledetto” progresso (cementificazione selvaggia, industrializzazione pesante priva di qualsiasi regola di rispetto ambientale, ecc.) ma anche un inizio di benessere per chi non ce l’aveva mai avuto, dal punto di vista economico e sociale. La cosa sicuramente positiva è che perlomeno anche le zone più impervie vennero finalmente raggiunte dalle infrastrutture energetiche e delle utenze casalinghe, per cui nelle case arrivò l’energia elettrica e, soprattutto, l’acquedotto fece miracolosamente uscire l’acqua potabile da un rubinetto!!!
E fu così che anche nel piccolo villaggio di mia mamma nessuna donna e soprattutto nessuna bambina fu più costretta a sobbarcarsi il peso del trasporto dell’acqua dalla fonte: un passo avanti non da poco!
Perdonate il lunghissimo prologo, ma serviva per inquadrare il contesto di una vera storia italiana, che pare così lontana ma non lo è affatto…
Ora, se il nostro Paese è da sempre ricco d’acqua, che aveva solo bisogno di essere incanalata e portata in ogni abitazione mediante un capillare sistema di tubature, possiamo immaginare cosa voglia dire oggi, nel moderno 2026, vivere per esempio in aree semidesertiche di certi paesi africani subsahariani, dove non ci sono nemmeno sorgenti a poca distanza dalle capanne di fango e paglia dei piccoli nuclei abitativi delle zone rurali…
Perciò, pure nel supersviluppato 2026, non solo, quando va bene, ci sono centinaia di donne e bambine africane che ogni giorno sono costrette a fare km e km a piedi per raggiungere qualche lontana fonte d’acqua pulita, caricandosi pesanti contenitori sul capo, ma quando va male chi vive là è costretto a servirsi (anche per bere…) di acqua fangosa che sperano di trovare in qualche pozza stagnante, quasi sempre utilizzata anche per l'abbeveraggio di stremati animali dall'allevamento, e comunque piena di pericolosissimi batteri!!!
Tutto ciò non si può più accettare, non è umano, e deve risvegliare le nostre coscienze, chiuse nelle nostre comodità e nei nostri sprechi del bene pubblico forse più prezioso, l’acqua dolce.
E FINALMENTE ARRIVO AL DUNQUE…: COSA POSSIAMO FARE NOI DI GREENAPES, CONCRETAMENTE, per almeno ridurre le difficoltà di vita delle donne e il divario sociale e di genere esistente nel continente africano, relativamente alle problematiche legate all'approvigionamento dell’acqua?
C’è chi in prima persona è coinvolto nella cooperazione internazionale, chi sostiene con donazioni enti e associazioni attive in concreto dal punto di vista operativo, ecc., e…
Combinazione mi è successa una cosa, appena due giorni prima della pubblicazione di questa sfida ad oggetto la giornata mondiale dell’acqua, che mi ha fatto venire un’idea, che sto per sottoporre a @@MingoTheApe tramite la mail del supporto… una bella idea! 😃 Almeno spero 🤞
Acqua… E GENERE.
Sono da sempre convinta che molte delle sfide che @@MingoTheApe ci propone vengano intese in modo improprio o sottostimate e questo, perdonatemi, mi pare uno di quei casi…
Va ovviamente benissimo che nelle nostre case ci adoperiamo in modi diversi per risparmiare e riciclare acqua e ottimizzarne l’utilizzo, ma personalmente non voglio limitarmi a pubblicare una foto del secchio con acque da lavaggio verdure da cui prelevo con una vecchia bottiglia di plastica stra-riciclata l’acqua da versare nelle fioriere sul marciapiede condominiale.
Ho come l’impressione che questa volta siamo stati invitati a “lanciare il cuore oltre l’ostacolo” e andare oltre… Ed ecco quindi una riflessione che nasce da una storia vera.
Mia mamma ha vissuto TUTTA la seconda guerra mondiale, dalla nascita alla sua (difficile) infanzia. Ebbene, non solo per tutti quegli anni, ma sino almeno a fine anni ’50 e forse anzi anche nei primi ’60, nessuno in paese (un borgo rurale nell’entroterra sardo) aveva a disposizione acqua corrente in casa… Esistevano solo i ruscelli (all’epoca non ancora tombati, poi purtroppo arrivò anche là l'incosciente furia cementificatrice e distruttrice di fine anni ’60, che sciagura!) presso cui lavare i panni, e diverse sorgenti naturali con fontane da cui approvigionarsi di acqua potabile (alcune esistono tuttora, ma non più potabili, mi sa 😢).
E chi, secondo voi, aveva il compito di andare alla fonte a prendere l’acqua? Ovviamente le donne, esclusivamente le donne, e anzi purtroppo molte bambine…
La situazione sociale e ambientale non era certamente paragonabile a quella del continente africano di cui abbiamo visto qualche dettaglio nei video della sfida, nel senso che almeno sino alla terza elementare i nati negli anni ’30 e ’40 riuscivano ad andare a scuola e non era necessario camminare ore per raggiungere le fontane, molte in centro paese o al più a un paio di km dal centro abitato. Ma non v’è dubbio che per decenni, in gran parte del territorio italiano, il sesso femminile anche non adulto abbia dovuto farsi carico esclusivo di notevoli oneri legati non solo all'accudimento dei figli e alle faccende domestiche, ma anche di lavori pesanti, incluse attività agricole (quelle sì a distanza di km dal paese… e ben pochi potevano permettersi di andarci a dorso di mulo), non solo inerenti al rifornimento dell'acqua. Teniamo presente che non esistevano proprio le moderne taniche leggere in plastica, bensì alla fonte si andava con pesanti brocche in terracotta… Immaginatevi quindi la fatica da sostenere!
Ebbene, cosa successe poi? La guerra finalmente dopo anni finí, ci fu un’intera Italia da ricostruire sulle macerie dei bombardamenti e della povertà e perlomeno in Sardegna ciò fu possibile, purtroppo, solo grazie al piano Marshall (dico purtroppo perché è dagli accordi correlati che nacque la schiavitù dell’occupazione militare dell’isola, ma questo è un’altro discorso).
Poi scoppiò il boom economico, gli anni ’60 portarono il loro “maledetto” progresso (cementificazione selvaggia, industrializzazione pesante priva di qualsiasi regola di rispetto ambientale, ecc.) ma anche un inizio di benessere per chi non ce l’aveva mai avuto, dal punto di vista economico e sociale. La cosa sicuramente positiva è che perlomeno anche le zone più impervie vennero finalmente raggiunte dalle infrastrutture energetiche e delle utenze casalinghe, per cui nelle case arrivò l’energia elettrica e, soprattutto, l’acquedotto fece miracolosamente uscire l’acqua potabile da un rubinetto!!!
E fu così che anche nel piccolo villaggio di mia mamma nessuna donna e soprattutto nessuna bambina fu più costretta a sobbarcarsi il peso del trasporto dell’acqua dalla fonte: un passo avanti non da poco!
Perdonate il lunghissimo prologo, ma serviva per inquadrare il contesto di una vera storia italiana, che pare così lontana ma non lo è affatto…
Ora, se il nostro Paese è da sempre ricco d’acqua, che aveva solo bisogno di essere incanalata e portata in ogni abitazione mediante un capillare sistema di tubature, possiamo immaginare cosa voglia dire oggi, nel moderno 2026, vivere per esempio in aree semidesertiche di certi paesi africani subsahariani, dove non ci sono nemmeno sorgenti a poca distanza dalle capanne di fango e paglia dei piccoli nuclei abitativi delle zone rurali…
Perciò, pure nel supersviluppato 2026, non solo, quando va bene, ci sono centinaia di donne e bambine africane che ogni giorno sono costrette a fare km e km a piedi per raggiungere qualche lontana fonte d’acqua pulita, caricandosi pesanti contenitori sul capo, ma quando va male chi vive là è costretto a servirsi (anche per bere…) di acqua fangosa che sperano di trovare in qualche pozza stagnante, quasi sempre utilizzata anche per l'abbeveraggio di stremati animali dall'allevamento, e comunque piena di pericolosissimi batteri!!!
Tutto ciò non si può più accettare, non è umano, e deve risvegliare le nostre coscienze, chiuse nelle nostre comodità e nei nostri sprechi del bene pubblico forse più prezioso, l’acqua dolce.
E FINALMENTE ARRIVO AL DUNQUE…: COSA POSSIAMO FARE NOI DI GREENAPES, CONCRETAMENTE, per almeno ridurre le difficoltà di vita delle donne e il divario sociale e di genere esistente nel continente africano, relativamente alle problematiche legate all'approvigionamento dell’acqua?
C’è chi in prima persona è coinvolto nella cooperazione internazionale, chi sostiene con donazioni enti e associazioni attive in concreto dal punto di vista operativo, ecc., e…
Combinazione mi è successa una cosa, appena due giorni prima della pubblicazione di questa sfida ad oggetto la giornata mondiale dell’acqua, che mi ha fatto venire un’idea, che sto per sottoporre a @@MingoTheApe tramite la mail del supporto… una bella idea! 😃 Almeno spero 🤞